di Vito Punzi
«Bisogna intendersi nei primi giorni sulle riforme
urgenti e irrinunciabili, perché poi il consenso cala e prevale lo spirito di
parte». Parla Gerd Langguth, biografo di Angela Merkel
Uomo politico, intellettuale, biografo. Gerd Langguth,
classe 1946, è docente di Scienze Politiche presso l’Università di Bonn. È
stato deputato al Bundestag per la Cdu dal 1976 al 1980. Dal 1981 al 1985 ha
diretto la Centrale Federale per la Formazione Politica, a Bonn. È membro
della Fondazione Konrad Adenauer, di cui è stato amministratore delegato dal
1993 al 1997. Soprattutto, Langguth è autore di numerose pubblicazioni sulla
storia più recente della Germania e di alcune importanti biografie, tra cui
spiccano quella del presidente della Repubblica Federale, Horst Köhler, e
quella di Angela Merkel, di cui solo pochi mesi fa è uscita l’edizione
aggiornata alla prima stampa del 2005.
Professor Langguth, dopo oltre due anni di governo, che bilancio possiamo
trarre dell’esperienza politica della Grosse Koalition?
Nel periodo iniziale la Grosse Koalition in Germania ha centrato essenziali
decisioni riformiste: la pensione a 67 anni, il risanamento parziale
dell’amministrazione federale e con esso l’adempimento dei criteri del 3 per
cento di Maastricht, la riforma sanitaria (con risultati, in parte, poco
entusiasmanti) e infine la riforma dell’ordinamento federale. Ancora irrisolte
risultano questioni come la riforma fiscale e la sicurezza interna. La Grosse
Koalition durerà fino alle elezioni dell’autunno 2009, tuttavia quanto più si
avvicina la scadenza tanto più acute diventano le contrapposizioni tra i
partiti di governo. A guardare i sondaggi, i cristiano-democratici traggono
vantaggio dal cancellierato della Merkel, mentre i socialdemocratici sono
penalizzati dai dissidi interni al partito, provocati dalla discussione
attorno ai termini del loro rapporto con il partito della sinistra, Die Linke,
erede del Partito comunista (Sed) della scomparsa Ddr. Il rapporto tra i due
grandi partiti di governo in questo momento è piuttosto freddo, sebbene,
grazie all’abilità moderatrice della Merkel, continuino ad essere prese
importanti decisioni di governo.
Quali meriti possono essere riconosciuti alla Merkel?
Il merito particolare della Merkel è stato quello di porsi con coraggio sul
livello europeo e internazionale, per esempio nel contesto dell’Unione Europea,
dove si è riallacciata alla politica realizzata un tempo da Helmut Kohl. Cura
in particolare le relazioni franco-tedesche, anche se con Nicolas Sarkozy la
situazione si è complicata, ma nello stesso tempo non prende le mosse solo da
un “direttorio” dei grandi Stati dell’Unione, piuttosto cerca di legare al
processo decisionale anche gli Stati medi e piccoli. Vuol passare alla storia
della Repubblica Federale come “cancelliera del clima” (si pensi al suo
successo nelle trattative avvenute al G8, dove, anche con il contributo
italiano, ha fatto cambiare idea al presidente statunitense George W. Bush).
Inoltre, nonostante le sue critiche a Guantanamo, anche grazie al suo modo di
agire molto schietto, ha ricostruito il rapporto con gli Usa, che con Gerhard
Schröder si era raffreddato per le sue posizioni nettamente contrarie al
conflitto in Iraq.
La situazione economica in Italia è difficile e nei prossimi mesi potrebbe
anche peggiorare: tasse elevate, crescita economica quasi a zero, probabile
incremento della spesa pubblica. Ritiene che il modello tedesco della grosse
Koalition sia applicabile anche in Italia?
C’è spesso nei cittadini una sorta di “nostalgia del consenso”, un desiderio
cioè che, nonostante le differenze politiche, i principali partiti si
ritrovino a lavorare insieme per risolvere i problemi più drammatici. Per
questo, la Grosse Koalition all’inizio è molto piaciuta ai tedeschi. In
Germania la conversione per gradi del prolungamento del tempo lavorativo (il
cosiddetto “pensionamento a 67 anni”) non sarebbe mai riuscita se non ci fosse
stata la comune tensione dei due grandi partiti. Sulle questioni fondamentali
relative alle riforme la Grosse Koalition può avere un senso. Ma l’esempio
dell’Austria mostra che grandi coalizioni possono essere anche molto litigiose
(e questo è psicologicamente comprensibile perché, fin dal primo giorno di
vita della coalizione, ci si trova di fatto in “campagna elettorale”, ciascuno
con la domanda su chi dei due riuscirà a vincere le elezioni successive). Le
grandi coalizioni funzionano solo in situazioni d’emergenza, quando sussiste
il giudizio, nella popolazione e nella classe politica, che le sfide sono così
gravi da rendere doverosa una specie di “coalizione d’emergenza”. Mi pare che
in Italia – da Confindustria fino ai pareri dei grandi opinion maker –
prevalga una visione molto determinata da interessi particolari. Credo che in
Italia avrete una grande coalizione solo se i principali leader di partito
sapranno mettersi d’accordo su alcune prioritarie questioni ritenute
essenziali.
Nel corso dell’attuale campagna elettorale Silvio Berlusconi ha tentato di
lanciare il tema delle pensioni: i sindacati gli si sono subito rivoltati
contro. Ritiene sia più semplice, per una grande coalizione, riuscire a
promuovere una riforma pensionistica efficace?
Le democrazie soffrono soprattutto del fatto che misure riformiste essenziali
vengano introdotte solo all’ultimo momento. Rispetto all’invecchiamento della
società una riforma pensionistica risulta spesso impopolare, ma impellente, se
non si vogliono demolire i sistemi di sicurezza sociale. Una grande coalizione
potrebbe più facilmente venire a capo di una “riforma del secolo”, ma questo
potrebbe accadere solo nei primi mesi e allorquando fosse stato stipulato in
forma piuttosto concreta un accordo di coalizione. Quanto più si avvicina la
scadenza delle elezioni, tanto più ridotto è il tempo per le riforme. Già ora,
in Germania, in vista delle elezioni dell’anno prossimo, sono ripartiti i
cosiddetti “doni elettorali”, i cui costi il ministro delle Finanze non sa
ancora come poter sostenere.
L’Italia necessita da tempo di riforme istituzionali: un nuovo sistema
elettorale, un vero federalismo, un nuovo sistema politico. Avrebbe un
consiglio da dare per ispirare i nostri legislatori?
In Germania la coalizione ha varato la cosiddetta “riforma federale I”. Tale
riforma, accompagnata da numerose modifiche della costituzione, era possibile
solo nell’ambito di una grande coalizione e ha portato a una più precisa
delimitazione delle competenze tra Stato federale e Länder. Ora siamo in una
fase difficile, e non è detto che la riforma vada a buon fine. Se una riforma
delle regole dello Stato possa avere successo in Italia non saprei dire. Quel
che posso affermare è che, grazie alla Grosse Koalition, in Germania abbiamo
almeno iniziato a farla.